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DESCRIPTION:https://e-privacy.winstonsmith.org/ [https://e-privacy.winstons
	mith.org/]\n\n\n\nUna scena filosofica accompagna la modernità almeno da q
	uando Hegel\, nella\nFenomenologia dello spirito\, descrive il rapporto tr
	a servo e padrone. Il\npadrone sembra libero perché non lavora. Il servo s
	embra subordinato perché\nesegue. Ma è il servo\, attraverso il lavoro e i
	l rapporto con la materia\, a\nconquistare esperienza\, disciplina e autoc
	oscienza. Chi si sottrae alla fatica\nnon guadagna libertà: perde il proce
	sso che la rende possibile.\n\nL’automazione industriale promette di risol
	vere questo conflitto. La macchina\nassume il lavoro. È il servo perfetto:
	 instancabile\, preciso\, obbediente. In un\nromanzo degli anni '50\, intr
	iso di suggestioni sulla cibernetica di Norbet\nWiener\, Kurt Vonnegut\, i
	n Piano meccanico\, mostra il rovescio della promessa. La\nmacchina non si
	 limita a sostituire l’uomo. Impone la misura con cui l’uomo\nviene valuta
	to: efficienza\, continuità\, precisione\, sostituibilità. La macchina\ndi
	venta il metro di misura dell'uomo e il padrone adotta i criteri del propr
	io\nservo. Come dirà Vonnegut: « Dovendo competere con un servo\, si diven
	ta servi\, »\nuna tragica analisi del mercato attuale\, dove prima l'autom
	azione industriale\,\nora quella intellettuale stanno limitando le scelte 
	umane.\n\nCon l’intelligenza artificiale generativa\, questa dialettica en
	tra nella\nproduzione del linguaggio.\n\nLa macchina scrive\, traduce\, ri
	assume\, programma\, argomenta. Ma non pensa ciò\nche scrive. Non prende p
	osizione\, non verifica il mondo\, non assume conseguenze.\nCalcola quale 
	sequenza di parole risulta più probabile sulla base di altre\nsequenze di 
	parole.\n\nSe l’IA fa i compiti\, chi li ha fatti?\n\nNon lo studente. Non
	 una mente artificiale. Li produce un’infrastruttura\nstatistica costruita
	 su testi\, dati\, lavoro umano e potenza di calcolo.\n\nIl problema comin
	cia quando questa infrastruttura non viene più usata soltanto\nper produrr
	e risposte\, ma per stabilire che cosa conta come risposta. La\nprobabilit
	à diventa criterio di pertinenza. La ricorrenza diventa autorevolezza.\nLa
	 forma più frequente del discorso diventa la forma normale del pensiero.\n
	\nL’inquinamento cognitivo non consiste quindi nella presenza occasionale 
	di\nerrori. Consiste nella diffusione di un linguaggio che tende verso la 
	media\,\nelimina gli scarti\, attenua i conflitti\, ricompone le differenz
	e in formule\nplausibili. Non introduce soltanto contenuti nel pensiero: m
	odifica l’ambiente\nnel quale il pensiero si forma.\n\nÈ quanto accade con
	 l’inquinamento ambientale. Il problema non è il singolo\noggetto tecnico\
	, ma l’accumulazione dei suoi effetti fino alla trasformazione\ndell’ambie
	nte. Nessuno risponde seriamente a questa trasformazione abolendo la\nprod
	uzione\, distruggendo il benessere o celebrando la scarsità. La risposta\n
	passa per nuovi vincoli\, nuove infrastrutture\, tecnologie diverse e\nres
	ponsabilità definite.\n\nAnche l’inquinamento cognitivo non si affronta es
	pellendo l’IA dalla scuola. La\ntecnofobia lascia intatti i sistemi\, i fo
	rnitori\, i dati e i rapporti di potere\nche li sostengono. Serve invece c
	apire chi costruisce i modelli\, con quali\nmateriali\, secondo quali obie
	ttivi\, quali forme di linguaggio privilegia e quali\ndipendenze introduce
	.\n\nL’AI Act entra qui\, non come appendice giuridica\, ma come primo ten
	tativo di\nassegnare obblighi a chi produce e impiega questi sistemi. Nell
	a scuola la\nquestione è immediata: quali usi sono accettabili\, quali dat
	i possono essere\ntrattati\, quali decisioni possono essere delegate\, qua
	li sistemi devono essere\nvietati\, quali competenze devono possedere doce
	nti e studenti. Questa edizione\ndi e-privacy propone di discutere l’intel
	ligenza artificiale non come nuova\nmateria scolastica\, ma come ambiente 
	tecnico del pensiero.\n\nLa domanda non è soltanto che cosa l’IA sa fare.\
	n\nLa domanda è quale forma di mente rende normale
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	/" target="_blank">https://e-privacy.winstonsmith.org/</a></p><p></p><p>Un
	a scena filosofica accompagna la modernità almeno da quando Hegel, nella F
	enomenologia dello spirito, descrive il rapporto tra servo e padrone. Il p
	adrone sembra libero perché non lavora. Il servo sembra subordinato perché
	 esegue. Ma è il servo, attraverso il lavoro e il rapporto con la materia,
	 a conquistare esperienza, disciplina e autocoscienza. Chi si sottrae alla
	 fatica non guadagna libertà: perde il processo che la rende possibile.</p
	><p>L’automazione industriale promette di risolvere questo conflitto. La m
	acchina assume il lavoro. È il servo perfetto: instancabile, preciso, obbe
	diente. In un romanzo degli anni '50, intriso di suggestioni sulla ciberne
	tica di Norbet Wiener, Kurt Vonnegut, in Piano meccanico, mostra il rovesc
	io della promessa. La macchina non si limita a sostituire l’uomo. Impone l
	a misura con cui l’uomo viene valutato: efficienza, continuità, precisione
	, sostituibilità. La macchina diventa il metro di misura dell'uomo e il pa
	drone adotta i criteri del proprio servo. Come dirà Vonnegut: « Dovendo co
	mpetere con un servo, si diventa servi, » una tragica analisi del mercato 
	attuale, dove prima l'automazione industriale, ora quella intellettuale st
	anno limitando le scelte umane.</p><p>Con l’intelligenza artificiale gener
	ativa, questa dialettica entra nella produzione del linguaggio.</p><p>La m
	acchina scrive, traduce, riassume, programma, argomenta. Ma non pensa ciò 
	che scrive. Non prende posizione, non verifica il mondo, non assume conseg
	uenze. Calcola quale sequenza di parole risulta più probabile sulla base d
	i altre sequenze di parole.</p><p>Se l’IA fa i compiti, chi li ha fatti?</
	p><p>Non lo studente. Non una mente artificiale. Li produce un’infrastrutt
	ura statistica costruita su testi, dati, lavoro umano e potenza di calcolo
	.</p><p>Il problema comincia quando questa infrastruttura non viene più us
	ata soltanto per produrre risposte, ma per stabilire che cosa conta come r
	isposta. La probabilità diventa criterio di pertinenza. La ricorrenza dive
	nta autorevolezza. La forma più frequente del discorso diventa la forma no
	rmale del pensiero.</p><p>L’inquinamento cognitivo non consiste quindi nel
	la presenza occasionale di errori. Consiste nella diffusione di un linguag
	gio che tende verso la media, elimina gli scarti, attenua i conflitti, ric
	ompone le differenze in formule plausibili. Non introduce soltanto contenu
	ti nel pensiero: modifica l’ambiente nel quale il pensiero si forma.</p><p
	>È quanto accade con l’inquinamento ambientale. Il problema non è il singo
	lo oggetto tecnico, ma l’accumulazione dei suoi effetti fino alla trasform
	azione dell’ambiente. Nessuno risponde seriamente a questa trasformazione 
	abolendo la produzione, distruggendo il benessere o celebrando la scarsità
	. La risposta passa per nuovi vincoli, nuove infrastrutture, tecnologie di
	verse e responsabilità definite.</p><p>Anche l’inquinamento cognitivo non 
	si affronta espellendo l’IA dalla scuola. La tecnofobia lascia intatti i s
	istemi, i fornitori, i dati e i rapporti di potere che li sostengono. Serv
	e invece capire chi costruisce i modelli, con quali materiali, secondo qua
	li obiettivi, quali forme di linguaggio privilegia e quali dipendenze intr
	oduce.</p><p>L’AI Act entra qui, non come appendice giuridica, ma come pri
	mo tentativo di assegnare obblighi a chi produce e impiega questi sistemi.
	 Nella scuola la questione è immediata: quali usi sono accettabili, quali 
	dati possono essere trattati, quali decisioni possono essere delegate, qua
	li sistemi devono essere vietati, quali competenze devono possedere docent
	i e studenti. Questa edizione di e-privacy propone di discutere l’intellig
	enza artificiale non come nuova materia scolastica, ma come ambiente tecni
	co del pensiero.</p><p>La domanda non è soltanto che cosa l’IA sa fare.</p
	><p>La domanda è quale forma di mente rende normale</p>
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